Marie-Hélène Hayles | Traduzione italiano inglese

No peanuts? No grazie!

Be’, prima o poi doveva succedere – oggi parlo di traduzione. In particolare di No Peanuts!, un’iniziativa nata per aiutare i traduttori a chiedere e ottenere una “giusta paga” che consenta loro di condurre “un’esistenza libera e dignitosa”, come dice la Costituzione Italiana (Art. 36, Comma 1). Dal suo varo, circa un anno e mezzo fa, No Peanuts (scusate se tolgo il punto esclamativo, alla lunga mi picchia un po’ in testa) ha fatto parlare molto di sé nei forum di discussione pubblici e privati, e non sono sicura di avere qualcosa di originale da dire in proposito. (Al che vi e mi chiederete perché ne parli. Bella domanda… Vediamo se riesco a distillare un paio di concetti utili fra gli innumerevoli che ho sparsi per la testa).
Dunque: per prima cosa siamo in tanti, tantissimi, a non condividere la scelta semantica del termine “paga”. Sul sito (riassumo e parafraso, ma il senso è quello) ribattono all’obiezione citando vari dizionari secondo cui “paga” è “retribuzione in denaro corrisposta a compenso di una prestazione di lavoro”e spiegando come sia “essenziale che traduttori e interpreti comprendano di essere in primo luogo lavoratori…”. Alt, fermi! Chiedo scusa, ma io non sono una lavoratrice. Lo ero quando facevo l’operaia in fabbrica, ma adesso sono una traduttrice freelance, il che fa di me un’imprenditrice, una donna d’affari o una libera professionista, ma non una lavoratrice. Sì, certo, per “lavoratore” s’intende, di base, “uno che lavora” e io lavoro, ma nella mia realtà culturale ho smesso di essere una lavoratrice e ho cominciato a essere un’impiegata quando sono uscita dalla fabbrica per entrare in laboratorio, e ho smesso di essere un’impiegata per diventare una libera professionista quando ho cominciato a vendere i miei servizi a clienti diversi. Non sono una lavoratrice che percepisce una paga, sono una libera professionista che offre una prestazione d’opera.
Non capisco come un movimento di e per traduttori – gente che lavora con le parole, non dimentichiamolo, e ha la tendenza a soppesare ogni virgola – persista nell’usare un termine così riduttivamente improprio nonostante le legittime critiche espresse da numerosi, rispettati esponenti della categoria.
Ma non è questo il motivo principale per cui non ho aderito all’iniziativa – nonostante ci avessi fatto un pensierino, a un certo punto, dopo essermi detta che forse, al pari degli altri critici, mi accanivo su una scelta lessicale infelice e perdevo di vista il principio informatore del movimento…
No, non si tratta di quello. Il mio problema con No Peanuts nasce, in pratica, dal modo stesso in cui si è sviluppata la mia attività professionale. Fatto salvo per il primo anno o giù di lì, ho investito pochissimo in promozione e marketing. Ci ho dato dentro col networking (leggi: chiacchierare tutto il santo giorno sui forum per traduttori), quello sì, ma per il resto non è che mi sia proprio sfiancata. Come il 99,99% di coloro che traducono per professione, all’inizio ho accettato tutto quello che mi veniva proposto (sebbene avessi già precisato che le mie specialità erano chimica e medicina), sono rimasta scottata un paio di volte, facendo tesoro degli errori e imparando ogni volta qualcosa di nuovo, ho trovato qualche cliente e qualche altro l’ho perso, e in capo a tre-quattro anni mi sono ritrovata a un punto da potermi permettere di a) mollare i clienti che pagavano poco e b) rifiutare le traduzioni che non rientravano nel mio ambito di specializzazione. Non è stato molto difficile. Considerato, poi, che sono pigra, e se ho un momento libero preferisco di gran lunga darmi all’enigmistica che andare a caccia di potenziali clienti, attribuisco il successo della mia attività a tre elementi fondamentali: qualità nel rispetto dei tempi; specializzazione; passaparola.

Qualità nel rispetto dei tempi: dovrebbe essere una cosa scontata ma non lo è affatto, e sono certa che a tutti noi è capitato di sentir parlare, se non d’imbatterci personalmente, in traduzioni pietose firmate da sedicenti “professionisti” e/o di avere a che fare con traduttori che svaniscono nel nulla prima della consegna per non riemergere mai più.

Specializzazione: mi pare ovvio che fare ciò che sai fare meglio ti permette di offrire un prodotto migliore in tempi più rapidi, con l’effetto collaterale di aumentare la produttività e, quindi, guadagnare di più.

Passaparola, ovvero: la promozione per interposta persona che, alla fine, va a braccetto con la specializzazione, perché l’obiettivo è arrivare a essere IL nome che un potenziale cliente si sente fare ogni volta che chiede di qualcuno in grado di tradurre un dato argomento. È una situazione in cui entrambi cliente e traduttore possono stare tranquilli – il primo perché sa che il traduttore è in grado di fare il lavoro come si deve e il secondo perché sa che il cliente è affidabile, visto che a fare da tramite c’è la persona che gliel’ha mandato. (Ovviamente il discorso non vale per chi si è fatto dei nemici).

Il punto è che non avrei mai creduto di essere il tipo di persona in grado d’imporsi come freelance, e invece eccomi qua. Per cui ritengo che, se ce l’ho fatta io, ce la possa fare chiunque – purché dotato di un minimo di capacità e di buon senso, ovvio. Se dopo anni di duro lavoro, quindi, uno si vede ancora costretto ad accettare tariffe da fame perché o così o pomì, allora forse invece di dare la colpa al mercato o ai clienti dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza e chiedersi se è davvero tagliato per il mestiere di traduttore freelance, in cui sei datore di lavoro di te stesso, non dipendi da una fonte di reddito fissa e nessuno dei tuoi clienti ha alcun obbligo nei tuoi confronti se non quello di versarti il compenso pattuito nei tempi stabiliti. Se non riesci a campare decentemente come libero professionista della traduzione, allora conviene che ti domandi se per caso non ci sia qualcosa che non va, in te, come imprenditore e/o come traduttore…
Dopo essermi riletta sento di dover fare una precisazione: non sono una capitalista rampante che si prostra di fronte alle leggi di mercato. Quando lavoravo come dipendente ero rappresentante sindacale nonché a capo del consiglio d’azienda. Credo fermamente nei diritti dei lavoratori e nella forza dei salariati organizzati, solo che trovo un simile modello inadeguato a contesti professionali diversi come, per l’appunto, quello del traduttore freelance.
Il tema è stato affrontato da altri più ampiamente e sapientemente di me, per cui mi guardo bene dall’inoltrarmici più a fondo in questa sede. Per ulteriori approfondimenti v’invito a rivolgervi con fiducia al mio stimato collega, Charlie Bavington.

2 commenti

  • By nicolialia pizzeria, 5 dicembre 2018 @ 13:32

    It’s impressive that you are getting thoughts from this article
    as well as from our dialogue made here.

  • By hickoryfoodfactory.com, 9 dicembre 2018 @ 21:15

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