Marie-Hélène Hayles | Traduzione italiano inglese

Da grande farò la traduttrice

Ho smesso di studiare a 16 anni, perché la scuola mi aveva stufata (anche se mi divertivo un mondo a pasticciare con i cristalli di solfato di rame durante le lezioni di chimica). Dopo un’estate a cuor leggero (e tasche vuote) ho bussato alla porta della Metal Box e ho iniziato il tirocinio in laboratorio nell’ambito del programma YTS (i lettori britannici di una certa età sanno benissimo di cosa parlo, quindi possono saltare a pie’ pari le prossime quattro righe. A beneficio di tutti gli altri, invece, spiego brevemente che l’YTS era, a seconda dell’angolazione politica da cui lo guardavi: a) un programma di governo mirato a legalizzare lo sfruttamento dei giovani che decidevano di abbandonare gli studi; b) un lodevole tentativo, sempre del governo, di arginare la marea di forza lavoro non qualificata che stava sommergendo il mercato). Ben presto ho scoperto che il mondo non aveva nessuna intenzione di mantenermi e nemmeno di riservarmi un trattamento speciale ma, sempre renitente a lasciarmi “formare”, terminati i 12 mesi previsti alla Metal Box me ne sono andata in cerca di nuove, incredibili avventure.

La seconda tappa del mio viaggio nel magico mondo del lavoro è stata una fabbrica di pellame.
A proposito della lavorazione della pelle ci sono almeno tre cose che dovete sapere:
1) la puzza ti si appiccica addosso e non te la togli neanche con un bidone di bagnoschiuma al giorno, quindi non stupirti se la gente si tappa il naso schifata quando le passi accanto. Persino prendere l’autobus diventa un problema se gli altri passeggeri ti fanno il vuoto intorno e le madri si parano davanti ai figli manco avessi in mano una bombola di gas nervino.
2) La polvere ti s’infiltra in ogni millimetro quadrato di mucosa nasale, col risultato che, fra le tante soddisfazioni del mestiere, c’è anche quella di riempire i fazzoletti di moccio nero. (So cosa vi state chiedendo: ci vogliono un paio di settimane buone a “depurarsi”, una volta cambiato lavoro).
3) Le unghie ti diventano lucide come mai prima nella vita, ma in compenso non riesci a scrostare lo sporco infilato sotto nemmeno col machete.

Lavorare alla fabbrica di pellame è stata l’esperienza più faticosa a livello fisico e la più alienante a livello mentale che abbia mai fatto. Però mi è servita moltissimo (vi risparmio i soliti luoghi comuni sulla scuola della vita e la fatica che aiuta a crescere e blablabla). L’ho odiata, ma non la rimpiango affatto, perché mi ha insegnato cose che fra le mura scolastiche non avrei mai imparato.

Dopo neanche un anno, ad ogni modo, io non ne potevo più di alzarmi alle 5.30 di mattina e il mio cervello di giocare a tris con la noia, così mi sono candidata (con successo) a un posto di assistente amministrativo. Quella sì era vita – non dovevo chiedere il permesso per andare al gabinetto! Avevo una sedia tutta mia, e persino una scrivania! E a intervalli regolari passava per i corridoi un carrello che vendeva merendine! (Ho messo su quasi cinque chili in due mesi… fare l’operaio ha anche i suoi vantaggi, alla fine).
Il bello del lavoro (merendine a parte): incassavo assegni per cifre spropositate – ma purtroppo non destinate a me.
Il brutto del lavoro: lo stimolo intellettuale continuava a latitare. In più cominciavo a sentire la mancanza dei cristalli di solfato di rame.

Medical Translation

E qui ha inizio la mia vera carriera. Ho 19 anni e sono appena stata assunta come tecnico di laboratorio al British Non-Ferrous Metals Technology Centre. Oooh, che nome. Infatti lo chiamavamo BNF – niente a che vedere con il BNFL, lì maneggiano robaccia radioattiva. Meraviglia! Ho a disposizione laboratori e provette e cristalli luccicanti e un sacco d’altra roba divertente, e mi pagano per giocarci! Finalmente sono nel mio elemento (e mai termine fu più appropriato). C’è solo un ma: pretendono che mi faccia un’istruzione come si deve. E vabbe’, tanto ormai mi sono rassegnata alla triste realtà che se aspiro a un lavoro interessante (sì, sì), devo tornare a scuola (occhei, occhei).
Piccola parentesi: non so quanti di voi abbiano presente come funziona il sistema britannico in materia d’istruzione professionale e diritto allo studio dei lavoratori, ma sappiate che è un sistema ultraefficiente del quale posso dire solo bene: tutti i miei titoli li ho ottenuti mentre lavoravo a tempo pieno, frequentando il college un giorno a settimana e senza sborsare un centesimo, perché a pagare era il datore di lavoro. Io mi sono fermata prima della laurea di secondo livello, ma conosco gente che è arrivata fino al dottorato in questo modo. Certo non è una strada facile, ma rappresenta un’eccezionale opportunità per chi, come me, ci mette un po’ a capire che cosa vuole fare nella vita, e per tutti quelli che altrimenti non avrebbero la possibilità di proseguire gli studi.

Un paio d’anni dopo, col mio bravo BTEC National Certificate in Science in tasca (diploma di qualifica professionale in scienze con tanto di menzioni speciali qua e là – chi l’avrebbe mai detto?), mi presento alla Autotype, dove rimarrò per 8 anni, risalendo pian piano la scala gerarchica e conseguendo ulteriori titoli di studio (HNC in chimica e RSC Certificate in chimica applicata). La ragazzina abbasso-il-sistema e la mal olezzante proletaria sfruttata sono ormai un lontano ricordo: adesso sono un chimico specializzato in assistenza tecnica, risolvo a occhi chiusi i problemi dei clienti sparsi per tutta Europa, quando metto piede nel reparto produzione faccio paura che neanche l’Orco Cattivo. Fantastico, no? Peccato solo che i miei adorati cristalli di solfato di rame non luccichino più come prima. E che mi stacchi sempre più a malincuore dalla scrivania e dal computer. Dopo aver fatto di tutto per entrare in laboratorio, adesso che ci sono dentro non vedo l’ora di uscirne. Bell’affare.

È proprio a questo punto che accade una di quelle cose che cambiano per sempre il corso della vita: m’innamoro di Giuseppe (lo so, lo so, la sezione si chiama “credenziali” e non “la posta del cuore”, ma se non l’avessi conosciuto non stareste leggendo queste righe, perché sarei ancora lì a cercare una via di fuga dalle provette, invece di offrire i miei servigi traduttivi in Internet).
Dunque. Premo un attimo l’Avanti Veloce, passa un anno ed eccomi in Italia, dove riesco a riciclarmi come insegnante d’inglese per le aziende (forse anche grazie al mio sfavillante diploma [con lode] in Insegnamento dell’Inglese come Seconda Lingua). Mi butto a peso morto nella nuova avventura. Nel tentativo di rendere più stimolanti le mie lezioni alterno scarabocchi alla lavagna e deliranti excursus sulle regole del cricket (non fate quella faccia, sono mooolto più interessanti del gioco stesso). Dimostro a più riprese, trafitta da sguardi increduli, che l’inglese non è più facile dell’italiano. Okay, le declinazioni vanno via lisce, ma come la mettiamo con i verbi frasali, eh? E con lo spelling? Nei corsi avanzati sondo gli abissi del condizionale passato progressivo (nelle frasi negative), ai principianti spiego paziente la differenza fra “do” e “make”.
Col tempo, però, comincio ad annoiarmi. Nel frattime (come, non esiste “frattime”?!) il mio italiano migliora e qualche cliente privato comincia a propormi una traduzioncina qua e là. Scopro, così, la mia vera vocazione: maneggiare parole. Traghettarle da una lingua all’altra in modo che abbiano senso e suonino bene. Non parole qualsiasi, però: quelle della chimica. Della medicina. Della farmaceutica. Cose tipo acido p-toluensolfonico monoidrato, compresse rivestite, infertilità maschile, studio randomizzato in doppio cieco.
Sì, ho deciso: da grande farò la traduttrice. Ed eccomi qua.

2.831 commenti